Fino al 2019 la diagnosi funzionale era uno strumento indirizzato agli alunni con disabilità, ora sostituito dal profilo di funzionamento
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In Italia la Diagnosi Funzionale è stata utile all’amministrazione scolastica per descrivere analiticamente la situazione funzionale dello stato psico-fisico di un alunno con disabilità. Questa metodologia è rimasta attiva fino al 1° gennaio 2019: attualmente non si usa più, ma si fa riferimento al profilo di funzionamento.
Diversi anni fa dunque questo documento era usato principalmente per aiutare gli istituti scolastici a valutare lo status dell’alunno disabile, in funzione anche della richiesta di insegnante di sostegno.
Il Decreto del Presidente della Repubblica del 24 febbraio 1994 indicava la diagnosi funzionale come “un atto sanitario medico legale che descrive la compromissione funzionale dello stato psico-fisico dell’alunno in situazione di handicap”.
In base a questa descrizione, possiamo intendere che questo strumento fosse necessario per delineare le modalità di funzionamento delle abilità dell’alunno con disabilità all’interno di una descrizione psico-fisica. Nel fare ciò, la diagnosi funzionale teneva in considerazione la condizione di disabilità e gli effetti che questa aveva sul soggetto. In questo modo, tale documento mirava a individuare:
L’obiettivo della diagnosi funzionale era quello di fornire un quadro clinico in grado di orientare interventi di tipo riabilitativo, terapeutico ed educativo-didattico, che sia condiviso dalle diverse figure professionali coinvolte. In questo modo, era possibile delineare le capacità globali, attuali e potenziali della persona, potendo anche indicare eventuali forme di sostegno necessarie.
Questo documento era utile anche ai fini lavorativi, in quanto era richiesto per il riconoscimento dell’invalidità all’INPS, e doveva essere richiesto obbligatoriamente per le persone in ambito lavorativo. Dunque, era utile per il collocamento obbligatorio.
La diagnosi funzionale conteneva i dati anagrafici dell’alunno e i dati riguardanti il suo nucleo familiare. Successivamente, era suddivisa in aree utili per identificare il rapporto tra la minorazione e determinati aspetti del comportamento complessivo del soggetto:
Nel corso degli anni, questo schema ha subìto diverse modifiche, fino ad arrivare all’ultima versione, che era così strutturata:
L’elaborazione della diagnosi funzionale spettava ad un’unità multidisciplinare composta da un medico specialista nella patologia segnalata, uno specialista in neuropsichiatria infantile, un terapista della riabilitazione e gli operatori sociali.
Successivamente alla Diagnosi funzionale viene redatto il Profilo Dinamico Funzionale (P.D.F.), un documento indica le caratteristiche fisiche, psichiche, sociali ed affettive dell’alunno mettendo in rilievo sia le difficoltà di apprendimento conseguenti all’handicap, con relative possibilità di recupero, sia le capacità possedute che invece devono essere sostenute e sollecitate in modo continuo e progressivo (D.L. 297/94). Il P.D.F. è inoltre utile ai fini della formulazione del Piano Educativo Individualizzato. Anche questo documento è stato sostituito nel 2019 dal profilo di funzionamento.
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Ultima modifica: 19/02/2025